Buongiorno a tutti e un felice fine settimana. Di seguito un analisi della situazione. Questo oggi il titolo dell articolo sarà il seguente :
EP-flux ECMWF e vortice polare: quando il disturbo è reale, ma il “major warming” non è ancora scritto
https://users.met.fu-berlin.de/~Aktuell/strat-www/wdiag/diag.php?alert=1&lng=eng&hem=nh
Se metto in fila tutti i pannelli EP-flux (analisi 16 gennaio e forecast fino a +240 h) e li confronto con il pannello “temp_wind” (vento zonale a 60°N e gradiente termico polare), la storia che mi raccontano è abbastanza lineare e coerente : la stratosfera risulta al momento dinamicamente viva, le onde planetarie stanno davvero interagendo col vortice, ma al momento il quadro somiglia più a una sequenza di disturbi e riassetti (con molto “gioco” in alta stratosfera) che a un imminente SSW maggiore. La differenza non è semantica: in letteratura, un major SSW non è “qualche tinta rossa in quota” o “un vortice un po’ storto”, ma un evento in cui il wave driving riesce a indebolire a tal punto il getto notturno polare da portare a una vera inversione del vento zonale medio (e a un collasso del gradiente termico che lo sostiene). Ed è esattamente qui che, guardando i pannelli odierni , io non vedo ancora il salto di regime.
Prima di entrare nel merito, chiarisco come li leggo il tutto .
Nei diagrammi EP-flux, le frecce sono la firma del trasporto di attività d’onda (in pratica: quanta “spinta” riesce a propagare verso l’alto e verso il polo). Lo shading “u-change” mi dice dove quell’attività d’onda viene assorbita o rifratta e quindi dove cambia il vento zonale medio: blu = tendenza a decelerare i westerlies, rosso = tendenza a riaccelerarli. Questo è il cuore del meccanismo onda–flusso medio descritto dalla teoria TEM: quando l’onda converge e deposita momento, induce circolazioni secondarie e può frenare il jet stratosferico; se invece l’attività d’onda diverge o viene rifratta, il getto tende a riprendersi.
Parto dall’analisi del 16 gennaio. Qui possiamo osservare che c’è un segnale che, per me, conta: alle alte latitudini (circa 70–90°N) compare una zona ampia di u-change negativo che abbraccia buona parte della media-alta stratosfera (grossomodo tra 30 e pochi hPa, con massimi molto marcati attorno a 5–20 hPa). In parallelo, le frecce ci mostrano un trasporto d’onda che sale dalle medie latitudini e “punta” verso il settore polare. Questo è wave driving vero, non un disturbo cosmetico: significa che la troposfera sta pompando attività d’onda e che parte di quell’energia sta effettivamente frenando la circolazione zonale in area polare. Detto in modo semplice: il vortice viene martellato.
Nei pannelli successivi relativi al breve termine (da +24 h a +96 h) il modello ci fa vedere un comportamento che, in stratosfera, è molto comune: al forcing iniziale segue un tentativo di riassetto in quota. In pratica, l’onda continua a propagare verso l’alto, ma una porzione della risposta del sistema tende a concentrarsi in alta stratosfera (1–3 hPa) con aree estese di u-change positivo alle altissime latitudini. Questo “rimbalzo” in alto non è un dettaglio: spesso è il segnale che il vortice, pur disturbato, non sta cedendo in modo progressivo e verticale, ma sta redistribuendo la risposta su livelli dove l’accoppiamento verso il basso è meno immediato. È uno dei motivi per cui, quando si parla di SSW, io preferisco sempre guardare se il massimo del drag (blu) si ancora ai livelli 10–30 hPa, perché lì si gioca la parte decisiva.
Ed ecco perché, nella sequenza mostrata , la finestra che mi interessa di più è quella tra le +120 + e le144 h (21–22 gennaio). In questi due pannelli compare un nucleo di u-change negativo molto più convincente e centrato tra circa 5 e 10 hPa, con latitudini nell’intorno 55–70°N, accompagnato da un EP-flux robusto che entra in stratosfera e tende verso il polo. Se deve esistere un “colpo buono” capace di indebolire davvero il getto stratosferico, è questo: non tanto perché prometta automaticamente un warming maggiore, ma perché è la configurazione più coerente con un’effettiva deposizione di momento in media stratosfera. Il problema è che, subito dopo, la struttura torna a diventare più mista.
Tra le +168 h e le +216 ore (23–25 gennaio) e poi a +240 ore (26 gennaio) vedo infatti un’evoluzione in cui l’alta stratosfera rimane molto attiva, con aree estese di accelerazione (rosso) alle latitudini polari tra 1 e 3 hPa, mentre la decelerazione (blu) tende a essere più diffusa ma meno “tagliente” e spesso traslata verso la fascia 20–50 hPa. Nel pannello a +240 ore, per esempio, è evidente la doppia anima del segnale: da un lato un forcing d’onda ancora presente e una zona di u-change negativo alle alte latitudini in media stratosfera; dall’altro una risposta molto pronunciata in alto con accelerazione dei westerlies sul polo. Questa combinazione, di nuovo, mi parla più di vortice disturbato e in continua regolazione fine che non di una traiettoria “pulita” verso l’inversione del vento a 10 hPa.
A questo punto, però, entra in gioco il pannello più “spietato” e dettagliato di tutti: il temp_wind. Perché qui non si discute di impressioni ma di criteri diagnostici. Se sto davvero andando verso un major SSW, devo vedere il vento zonale medio a 60°N crollare a 10 hPa fino allo zero e oltre (inversione), e devo vedere il gradiente termico polare collassare o invertirsi in modo coerente con il riscaldamento del polo. Nel grafico, invece, la previsione (linee nere) mantiene i westerlies nettamente positivi a 10 e 30 hPa: ci sono oscillazioni e un po’ di “nervosismo” stratosferico, ma non c’è nessuna corsa credibile verso lo zero. Ancora più netto il segnale termico: il gradiente 90°N–60°N nelle proiezioni scende verso valori molto negativi (quindi polo relativamente più freddo rispetto a 60°N) e non mostra quel ribaltamento che mi aspetterei in presenza di un warming maggiore imminente. Se devo essere onesto fino in fondo, questo è il punto che smonta la narrativa “SSW dietro l’angolo”: si può avere tanta wave activity e persino un vortice deformato, ma finché vento e gradiente termico non vanno nella direzione giusta, parlare di major warming è prematuro.
Qui secondo me nasce anche l’equivoco che si vede spesso sul web: si confonde un disturbo stratosferico (o un warming minore, o una warming pulse) con un major SSW. La letteratura è chiara nel distinguere gli eventi che soddisfano i criteri oggettivi da tutto il resto, e proprio perché la terminologia è stata usata in modo “elastico” per anni, diversi lavori hanno insistito su definizioni robuste e riproducibili. La sequenza, che ho postato oggi, rientra più nel campo dei disturbi significativi e della potenziale pre-condizionatura del vortice (quindi una fase che può aumentare la sensibilità del sistema a successivi impulsi d’onda), non in quello del collasso imminente.
Questo non significa che “non succede nulla” o che la stratosfera sia irrilevante: al contrario. I pannelli ci dicono che c’è wave driving e che il vortice non è in modalità monolitica; e sappiamo bene che gli estremi stratosferici, quando maturano, possono poi propagare verso il basso e modulare AO/NAO per settimane. Ma proprio perché la catena fisica è delicata, io preferisco restare ancorato ai segnali che, in climatologia, accompagnano davvero gli eventi maggiori: persistenza del forcing, deposizione di momento in media stratosfera, indebolimento del vento a 10 hPa, collasso/inversione del gradiente termico. Con i pannelli che ho condiviso oggi, il primo ingrediente c’è a tratti, gli ultimi due no.
Se devo chiuderla con una frase “da me”, senza vendere facili certezze a nessuno : sì, il vortice è sotto disturbo e vale la pena seguirlo giorno per giorno; no, al momento non ho in mano i pezzi diagnostici per dire che siamo davanti a un imminente riscaldamento stratosferico maggiore. Se la storia cambia, lo vediamo subito: nel momento in cui il vento a 10 hPa/60°N comincia a scendere in modo continuo verso lo zero e il gradiente termico polare smette di essere negativo e collassa, allora sì che diventa sensato parlare di SSW in senso forte. Fino ad allora, io lo terrei nel cassetto dei “disturbi importanti ma non risolutivi”, che in pieno inverno sono molto più frequenti di quanto sembri guardando solo i titoli.