Una buona giornata a tutti. Prima di iniziare , vi voglio offrire, anche se in ritardo un caffè virtuale a tutti.
Titolo del nuovo aggiornamento: EP-flux in spinta e VP sotto pressione: vi spiego io, passo passo, cosa sta succedendo
Ragazzi, amici miei di Meteodue, prendo tutta la sequenza dei pannelli EP-flux ECMWF (dall’analisi fino a +240 ore) e la metto insieme al pannello “zonal mean” (venti a 60°N e gradiente termico 90N–60N), così la leggiamo come se fossimo lì davanti alle carte, a quattr’occhi.
La prima cosa che voglio farvi notare è questa: in questa run non sto guardando “un pannello isolato”, ma un film. E nel film si vede chiaramente che l’atmosfera prova a sparare verso l’alto un impulso d’onda consistente. Quando vedo le frecce dell’EP-flux che puntano
verso l’alto e con componente
verso il polo, per me quello è il segnale che la troposfera sta cercando di “dialogare” con la stratosfera: stanno salendo onde planetarie, e se riescono a depositare momento lassù, iniziano a frenare i westerlies del vortice.
Nel pannello di
analisi del 27/01, il forcing è già impostato: le frecce sono ben organizzate tra le medie-alte latitudini, e mi dicono “ok, le onde stanno entrando in stratosfera”. Però allo stesso tempo, nello shading dell’“u-change” (cioè quanto cambia il vento zonale), in alta stratosfera vedo ancora zone
rosse sul settore polare: significa che il VP, alle quote più alte, non è ancora in ginocchio, anzi prova ancora a tenere botta e a spingere. Quindi qui io non dico “è già tutto fatto”: dico “il forcing c’è, ma il vortice non ha ancora mollato”.
Tra
+24 e +48 ore (28–29/01) il segnale resta coerente e si organizza meglio. L’EP-flux continua a puntare verso l’alto e si concentra più verso le alte latitudini: è il classico preludio. Io lo leggo così: le onde insistono, trovano un ambiente che pian piano consente loro di trasferire energia e momento al flusso medio, e quindi preparano il terreno alla decelerazione.
Il momento in cui la faccenda diventa seria lo vedo tra
+72 e +96 ore (30–31 gennaio). Qui, per me, arriva la “zampata”. Lo shading vira in modo netto su
azzurri/blu alle alte latitudini, tra circa
2 e 10 hPa: questo è il segnale di una decelerazione importante del vento zonale in alta stratosfera polare. E contemporaneamente le frecce diventano molto fitte e verticali: significa che l’onda sta lavorando in modo più efficace, non è più “un tentativo”, è un forcing che sta davvero disturbando il vortice. In parole povere: il VP entra nella sua zona di stress, perché gli stai togliendo giri al motore proprio nel punto dove di solito è più robusto.
Poi arrivo a
+120 ore (01/02) e qui vedo un comportamento che io considero “tipico” delle fasi di disturbo non ancora risolutive: compaiono di nuovo aree
rosse in alto, come se il vortice provasse a riorganizzarsi e a ri-accelerare alle quote più elevate, mentre sotto non vedo ancora una frenata continua e compatta su tutta la colonna. Questo passaggio per me è fondamentale, perché mi dice che siamo in un braccio di ferro: l’onda spinge, il vortice prova a ricompattarsi “di testa”, e la partita vera diventa capire se la decelerazione riesce a consolidarsi anche nelle quote chiave (10–30 hPa) oppure resta più confinata in alto.
Tra
+144 e +168 ore (02–03/02) noto segnali un po’ più interessanti sul discorso “colonna”: non è ancora un quadro pulito e definitivo, però comincio a vedere una maggiore impronta del disturbo che non riguarda soltanto un sottilissimo strato in alto. Questo, per me, è importante perché se il disturbo deve diventare qualcosa di davvero pesante, deve riuscire a “sporcarsi le mani” anche in stratosfera media, e non restare solo un colpo in cima.
A
+192 e +216 ore (04–05/02) il film mi mostra ancora chiaramente il braccio di ferro: in alto vedo contrasti forti, con zone che tornano rosse (accelerazione) alternate ad aree blu (decelerazione), mentre più sotto compare una tendenza più estesa a valori negativi dell’u-change. Io la traduco così: sopra il vortice tenta di rimettere ordine, sotto però l’effetto del forcing inizia a lasciare un segno un po’ più ampio. Non è il classico “crollo totale”, è più un vortice che oscilla tra tentativi di recupero e nuove botte.
E arriviamo al
+240 ore (06/02): qui mi torna fuori un segnale che, a livello visivo, è molto eloquente. L’EP-flux appare ancora ben indirizzato verso l’alto e verso il polo in alta stratosfera, e sul cappuccio polare si vede una decelerazione marcata alle quote più alte. Però, contemporaneamente, noto che attorno a
5–10 hPa compaiono segnali di “reazione” (aree più calde/rosse), come se il vortice provasse a mantenere una cintura westerly più efficiente appena sotto. Quindi io non la leggo come “evento già chiuso e deciso”: la leggo come “disturbo forte in alto, ma con un vortice che cerca ancora di non farsi sfondare nel suo cuore dinamico”.
Ed è qui che entra in gioco il pannello
zonal mean temp_wind, che per me è la cartina tornasole perché non racconta impressioni: racconta numeri. Guardando i venti zonali a
60°N, mi accorgo che restano
positivi alle varie quote: quindi, in questa sequenza, non sto vedendo la firma tipica di un “major warming” classico con inversione netta del vento a 10 hPa. Però vedo una cosa che pesa: tra fine gennaio e inizio febbraio c’è una
flessione evidente dei westerlies, più marcata in alta stratosfera (1–5 hPa) e più attenuata scendendo verso
10 e 30 hPa. Anche il gradiente termico 90N–60N mostra segnali di disturbo, ma non mi dà ancora l’idea di un ribaltamento profondo e duraturo alle quote più basse. Questo, per me, è il punto: disturbo sì, anche forte, ma la parte “decisiva” non è ancora chiaramente compromessa.
Quindi, se devo dirvela come la direi al bar con voi: il VP sta prendendo una bella botta in alto, e in un paio di step (soprattutto tra 30 e 31 gennaio) si vede proprio che l’onda riesce a frenare parecchio la macchina. Però, al momento, il vortice prova ancora a riorganizzarsi e a non farsi trascinare giù nel range 10–30 hPa in modo netto e continuo. E sapete qual è la cosa che io terrò d’occhio nei prossimi aggiornamenti? Una sola, ma decisiva: se la frenata che oggi vediamo molto forte “di testa” diventa più coerente anche attorno ai
10 hPa e poi prova a propagare verso il basso. Perché è lì che si passa dal “disturbo importante” al “cambiamento di regime” che poi può avere conseguenze più concrete anche sotto, in troposfera.
In poche parole: adesso siamo nella fase in cui basta un altro impulso d’onda ben piazzato per far fare al VP un salto verso una destabilizzazione più seria, ma basta anche un calo dell’attività d’onda perché il vortice, soprattutto alle quote medie, trovi modo di ricompattarsi. È un equilibrio delicato, e secondo me le prossime emissioni ci diranno se l’atmosfera sta costruendo davvero una propagazione verso il basso oppure se resta un disturbo alto, forte ma più “gestibile”.